Lavoro autonomo. Un modello di rappresentanza per un emergente interesse collettivo

Rosita Zucaro

Abstract


Nel lavoro autonomo confluisce un’eterogeneità di lavoratori e lavoratrici, che spazia dal terziario avanzato (i cosiddetti Knowledge Economy Cognitivy Capitalism) fino alle professioni ordinistiche e a quelle non regolamentate.

Negli ultimi anni la categoria ha subito un cambiamento vorticoso e repentino, cui tratti caratteristici sono una maggiore vulnerabilità e destabilizzazione della stessa. Da ciò discende una marcata esigenza di rappresentanza, che ha condotto parte della dottrina a definirlo un sistema in controtendenza rispetto ai processi di disintermediazione, che caratterizzano il sistema della rappresentanza dal lavoro subordinato allo stesso ambito politico.

Indicatore normativo di tale fase è senz’altro la legge n. 81 del 22 maggio 2017, meglio nota come Statuto del lavoro autonomo, che in particolare all’art. 17 istituisce il primo organo consultivo, stabilmente insediato presso il Ministero del lavoro e delle Politiche sociali, con il compito di coordinare e monitorare gli interventi in materia di lavoro autonomo, tra i cui membri figureranno anche i rappresentanti designati «dalle associazioni di settore comparativamente più rappresentative a livello nazionale».

Tuttavia il sistema rappresentativo dei lavoratori autonomi non solo non è mai stato oggetto di accordi e protocolli sottoscritti da associazioni di settore, in modo analogo alle associazioni datoriali (per quanto il Patto di fabbrica del 9 marzo 2018 sembri segnare l’avvio di una nuova fase), ma neanche di strutturate proposte dottrinali, né tantomeno di disegni di legge.

In questo articolo si avvia quindi riflessione su quello che potrebbe configurarsi come un tertium genus di rappresentanza.


Parole chiave


employers’ organization; self-employers’ representation; representativeness

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DOI: 10.6092/issn.2421-2695/8795

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